L'Europa dei chip non cerca un campione, costruisce una filiera
Arago è una startup parigina fondata da tre giovani che si sono conosciuti in un maker space, non in un laboratorio universitario. Ha raccolto 26 milioni di dollari di seed per costruire JEF, un processore per l'inferenza AI che combina elettronica analogica e digitale, fotonica su silicio e ottica in spazio libero, con l'obiettivo dichiarato di tagliare di dieci volte l'energia necessaria all'inferenza rispetto alle GPU. Presa da sola è una scommessa promettente tra le tante. Messa accanto a Lace, Fractile, CamGraPhIC e Bull, che Eufrontier ha raccontato negli scorsi mesi, compone un quadro diverso, quello di un'Europa dei semiconduttori che non sta cercando di produrre un campione nazionale ma sta assemblando un'intera filiera, un pezzo alla volta.
Lace Lithography, dall'università di Bergen, lavora al livello più basso, le macchine che puntano a stampare i chip del futuro sostituendo la luce con atomi di elio. Fractile, da Oxford, riprogetta il chip stesso, integrando calcolo e memoria per l'inferenza. CamGraPhIC, nata a Cambridge ma con quartier generale e produzione pilota a Pisa, costruisce il tessuto connettivo, le interconnessioni ottiche in grafene che fanno dialogare i chip senza disperdere energia, forte di 211 milioni di euro di fondi pubblici italiani approvati da Bruxelles ad aprile, uno dei maggiori interventi deep tech nella storia del Paese. Bull, che a marzo lo Stato francese ha acquistato da Atos per 404 milioni di euro diventandone azionista unico, presidia l'altro estremo e assembla i sistemi finali, i supercomputer sovrani. Arago e la britannica Lumai occupano il gradino che mancava, il calcolo fotonico per l'AI.
Quando un modello AI risponde, sotto il cofano esegue quasi soltanto moltiplicazioni e somme, miliardi di volte al secondo, e ogni elettrone che attraversa i transistor di una GPU lascia per strada un po' di energia sotto forma di calore. La fotonica sostituisce l'elettrone con la luce, che viaggia quasi senza scaldare e che, attraversando i giusti filtri ottici, combina le proprie intensità da sola, così il risultato della moltiplicazione non si calcola passo per passo ma si legge all'uscita del fascio, come il colore che nasce mescolando due vernici.
Le due aziende di quell'ultimo gradino meritano un confronto ravvicinato, perché approcciano lo stesso problema in due modi differenti. Lumai, spinout di Oxford fondato nel 2022, ha raccolto oltre 10 milioni di dollari con una scommessa purista, eseguire le moltiplicazioni di matrici, il cuore aritmetico dell'AI, dentro fasci di luce che attraversano lo spazio tridimensionale, promettendo 50 volte le prestazioni degli acceleratori al silicio con un decimo dell'energia. Arago ha scelto la strada ibrida e definisce JEF un processore multiphysics proprio perché mescola tre fisiche diverse, accettando il compromesso ingegneristico pur di arrivare sul mercato con la manifattura che esiste oggi; un chip di prova gira già su una scheda di test ed esegue inferenza su più modelli, con campioni ingegnerizzati come tappa successiva. Il purismo promette guadagni maggiori se funzionerà, l'ibrido mira a funzionare prima. La partita si gioca in gran parte ai confini tra i due mondi, perché ogni passaggio dall'ottica all'elettronica costa energia e precisione. Le cifre dichiarate da entrambe le aziende restano ambizioni aziendali, che nessun operatore terzo ha ancora verificato. Fractile prova a risolvere lo stesso problema sul silicio tradizionale, attaccando il collo di bottiglia principale delle GPU, il continuo trasferimento di dati tra il chip che calcola e la memoria che li conserva, portando il calcolo direttamente dentro la memoria; è il promemoria che la fotonica è una delle strade possibili, ma non l'unica.
C'è un filo che lega quasi tutte queste storie ed è l'università, con Bergen, Cambridge, Pisa e Oxford due volte. Il modello europeo dei chip è lo spinout accademico, ricerca decennale che diventa impresa, l'opposto del garage californiano. Arago è l'eccezione che segnala la maturazione dell'ecosistema, tre founder da maker space, due passati per ETH Zurigo, e un seed da 26 milioni di dollari co-guidato da Earlybird e sottoscritto da angel americani di primo piano, dall'ex vicepresidente Apple Bertrand Serlet ai fondatori di Datadog e Hugging Face, un segnale forte da non trascurare.
Nessuna di queste aziende, da sola, impensierisce Nvidia, e non è questo il punto. Una filiera distribuita su quattro paesi e differenti livelli della catena del valore è più difficile da comprare, da bloccare o da replicare di qualsiasi campione singolo, ed è la forma di resilienza che l'Europa può permettersi oggi. Tuttavia, se la forza di una filiera sta nell'insieme, la sua fragilità sta nelle singole componenti, perché basta un anello che non arrivi alla scala industriale per far perdere all'intera catena gran parte del suo valore. E oggi ogni azienda di questa lista è ancora a metà strada tra il laboratorio e la fabbrica.
Per la prima volta da decenni la parola filiera, applicata ai semiconduttori europei, descrive qualcosa che sta nascendo invece di qualcosa che è andato perduto. Se il capitale continuerà a seguire, dai fondi pubblici agli angel americani che hanno già cominciato, non ci ritroveremo a raccontare round da 26 milioni, ma prodotti che funzionano, e sarà quello il momento in cui una promessa sarà divenuta realtà.