Vibe coding: superato il fossato del codice, restano le mura del mercato
Non è mai stato così facile costruire un software. Con il vibe coding, descrivi ciò che vuoi e un'AI te lo realizza, come per magia appaiono un'app, un sito, un piccolo gestionale, in un pomeriggio e senza saper programmare. Ed è proprio nel momento in cui creare programmi funzionanti è diventato quasi gratis che è emerso il vero collo di bottiglia, che non è pensare e costruire qualcosa, ma convincere qualcuno a usarla. L'AI ha spostato il problema dalla produzione al consumo.
Il fenomeno del vibe coding è enorme. Il termine è stato coniato a febbraio 2025 da Andrej Karpathy, tra i fondatori di OpenAI. In pochi mesi strumenti come Lovable hanno superato gli 8 milioni di utenti, con oltre un milione di progetti creati ogni settimana, principalmente da utilizzatori senza alcuna formazione tecnica (alcune analisi dicono che si tratta dell'84%). Perfino le startup che cercano capitali partono così: il 25% del batch Winter 2025 di Y Combinator ha generato con l'AI oltre il 95% del proprio codice. Il risultato è una valanga di nuovi prodotti software, di cui gran parte non avrà alcun utente, fatto salvo l'ideatore.
Per decenni chi voleva creare un prodotto digitale doveva superare due attriti in fila, costruirlo e poi farlo conoscere. L'AI ha dissolto il primo e ha lasciato intatto il secondo, così che tutta la frizione si è concentrata sulla distribuzione. E quando un input diventa abbondante, il valore migra verso ciò che resta scarso, e ciò che resta scarso non è più il codice ma l'attenzione. È lo stesso motivo per cui l'oceano di contenuti scritti con l'AI che nessuno legge e la marea di app che nessuno apre non sono due fenomeni diversi, ma lo stesso fenomeno che si ripete con prodotti digitali diversi.
C'è poi un secondo spostamento, sul quando si decide se un'idea sta in piedi. Quando costruire un MVP costava centomila euro, quel costo imponeva una disciplina. Si studiava e si analizzava prima di spendere, e per quanto doloroso quel filtro uccideva le idee deboli prima che diventassero investimenti. Se lo stesso costo scende di un paio di ordini di grandezza, il filtro salta e la validazione trasloca dall'analisi al mercato. Ci sono un aspetto positivo, metti alla prova il prodotto vero o un MVP invece di una previsione, e impari dai fatti anziché da una slide. E uno negativo, il mondo si riempie di prototipi nati senza una domanda a cui rispondere e destinati all'oblio. La disciplina, che la scarsità di competenze tecniche imponeva by design, ora andrebbe reintrodotta come approccio di buon senso.
Il problema, in fondo, è antico. Un ottimo prodotto che nessuno conosce non è un successo mancato, è merce destinata a restare ferma in magazzino, e il go-to-market è sempre stato il gioco vero. Conviene però distinguere due diverse ragioni dietro l'assenza di distribuzione. «Nessuno lo conosce» è un problema di marketing e si cura facendosi trovare. «Nessuno ne ha bisogno» è un problema di domanda, ed è esattamente ciò che la verifica a monte, ora saltata, serviva a intercettare e prevenire. Il vibe coding abbassa il costo di commettere entrambi gli errori, e infatti entrambi stanno esplodendo.
In altre parole, l'AI ha spostato il costo di sbagliare più a valle: prima l'ideatore pagava in anticipo, in termini di studi di fattibilità e investimenti IT; ora lo si paga dopo, sotto forma di licenze e tempo speso a costruire prodotti che nessuno cerca. Ed è la ragione per cui il valore sta migrando verso chi controlla ciò che sta a valle, la distribuzione, la fiducia e il rapporto diretto con l'utente finale. La rivoluzione del «tutti possono costruire» non distribuisce il potere, lo concentra in mano a chi possiede già il pubblico.
Non tutto finisce per restare fermo in magazzino, e vale la pena guardare chi invece sfonda. Pieter Levels ha costruito con il vibe coding, in un fine settimana, un simulatore di volo giocabile nel browser, fly.pieter.com, arrivato a incassare fino a 50.000 dollari al mese. Sotto il cofano è codice tutt'altro che raffinato, ma è diventato virale grazie al pubblico enorme che l'autore si è costruito negli anni, non alla complessità tecnica. È la stessa logica dei suoi prodotti maggiori, come Photo AI, che gestisce da solo intorno ai 130.000 dollari di ricavi mensili. A vincere non è chi costruisce meglio, è chi sa farsi trovare e monetizzare un'audience.
La strada verso il successo ha tappe definite: costruisci da solo una prima versione, la porti sul mercato e, solo quando hai clienti paganti, porti dentro un team tecnico che dà solidità a ciò che il mercato ha validato. Il candidato ideale non è tanto il programmatore che accelera, quanto l'esperto di un dominio che il codice non lo sapeva scrivere ma governa le dinamiche di un certo settore.
C'è poi un'altra area importante, dove la distribuzione non è un problema, cioè l'azienda. Un tool interno, iper-personalizzato e ad accesso ristretto, ha un pubblico obbligato, i colleghi che devono usarlo, quindi non deve conquistare nessuno. Qui il vibe coding vale davvero. Rimpiazza il foglio Excel condiviso e vulnerabile all'errore umano con qualcosa di stabile e automatizzato, costruito da chi il processo lo conosce. Il trade-off si sposta tutto sulla manutenzione. Un software che nessuno sa più aggiornare è la nuova shadow IT, una scatola nera al posto di un foglio fragile, e il conto arriva nel momento in cui chi l'ha creato lascia l'azienda.
La domanda da farsi, prima di iniziare a usare un tool di vibe coding, è sempre la stessa. Il successo di ciò che sto per costruire dipende dal fatto che qualcuno, là fuori, lo sceglierà? Se la risposta è sì, il codice non può risolvere questo problema. Se è no, perché gli utenti sono già lì, obbligati o fidelizzati, allora luce verde, il vibe coding fa al caso tuo. Il suo valore per i non tecnici è inversamente proporzionale alla distribuzione che il prodotto richiede.